VIII S.Eustacchio - ROMACITTAETERNA

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Roma Medievale > I Rioni

RIONE VIII S.Eustacchio
Origine Araldica


S. EUSTACHIO: (dalla chiesa omonima e dalla miracolosa apparizione del Cristo crocifisso fra le coma del cervo al Santo cacciatore). Testa di cervo d'oro con il busto  di Cristo in campo rosso.

Inizialmente chiamato S. Eustachio e della Vigna di Tedemario, personaggio romano o tiburtino che possedeva un fondo ai margini del Circo Flaminio, fu limitato poi solo al nome della chiesa, che ancora oggi sorge nella piazza omonima. E1 dedicata al centurione romano Placido che, una volta battezzato, assunse il nome di Eustachio. Si racconta che, andando a caccia, vide un cervo con una croce fra le corna (presente poi nello stemma del Rione) e si fece cristiano; esposto ai leoni nel circo insieme a tutta la famiglia per non aver rinnegato il cristianesimo, miracolosamente fù risparmiato dagli animali insieme alla moglie e ai due figli. Fu allora rinchiuso in un toro di bronzo infuocato e così tutti finirono martiri. Il Rione è ritagliato in verticale nel labirinto della «platea tiberina» e presenta un'eccezionale densità di pregevoli monumenti.

Il rione S. Eustachio consiste in una lunga e stretta striscia di territorio tra i rioni Pigna, S. Angelo, Regola, Parione, Ponte, Campo Marzio e Colonna, ed è uno dei più importanti e centrali di Roma. È ricchissimo di monumenti antichi, tanto che si può dire che si cammina sulle rovine nascoste delle terme di Agrippa, di quelle di Nerone e sul teatro di Pompeo. Forse, proprio per la presenza di tante rovine antiche, ci possiamo render conto del motivo delle protuberanze delle vie e dei palazzi d'età posteriore. Quindi, il rione sorse sul disfacimento delle antiche costruzioni che egregiamente servirono per il materiale adatto ed economicissimo di quelle più recenti.
Il Rinascimento ha impresso nel rione caratteri dominanti, specialmente con lo stabilimento francese di S. Luigi, con palazzo Madama e con l'edificio della Sapienza. L'importanza del rione S. Eustachio deriva dal fatto che nella sua area si trovano palazzi gentilizi di notevole valore talvolta in contrasto con modeste case plebee; ma nel complesso possiamo affermare che una relativa eleganza e dignità serpeggia fra le sue mura, nelle sue vie, nelle sue piazze e piazzette che gli conferiscono una certa ariosità con gli sfondi prospettici di chiese e di artistici e storici edifici. Qui signoreggiano chiese grandiose e minori, chiuse, queste ultime in vie non troppo larghe; le varie e fantasiose cupole svettano nella piena luminosità del cielo romano. E vi è pure il ricordo della presenza di tanti artigiani che han dato il nome dei loro mestieri alle vie in cui lavoravano: via dei Pianellari, dei Giubbonari, dei Chiavari, dei Canestrari, dei Sediari, degli
Staderari, dei Barbieri, dei Chiodaroli e dei Falegnami.
Anche gli animali hanno lasciato la loro traccia: il cervo di S. Eustachio, le api dei Barberini a S. Ivo, le cornacchie di Wolsey, la scrofa separata dalla fontana in cui gettava fresca acqua, la vaccarella e perfino l'elefante Annone. Anche il piccone demolitore ha lasciato il segno indelebile della sua talvolta insana attività: ha aperto il largo Arenula, il corso del Rinascimento e il corso Vittorio Emanuele II; e ciò ha comportato demolizioni di tante case e il taglio per l'arretramento coatto di qualche storico palazzo.
Con tutte queste fortunose vicende il rione ha ancora la sua facies caratteristica, e le sue vie ricordano tanti illustri personaggi che vi passarono e vissero in quegli edifici e in quella zona, per pochi giorni o per molto tempo, da S. Filippo Neri a Giuseppe Garibaldi, da Margherita d'Austria a Felice Cavallotti, da Adelaide Ristori ad Aldo Palazzeschi. E non parliamo delle tante nobili famiglie che vi si arroccarono o tennero in seguito splendidi salotti frequentati da letterati e da uomini politici. Lo stemma del rione consiste in una testa di cervo d'oro con il busto di Cristo in campo rosso. Placidus, appartenente alla famiglia Ottavia e, quindi, discendente diretto di Ottaviano, era capitano delle milizie romane in Oriente sotto l'imperatore Traiano (98-117 d.C.). Un giorno, godendosi una licenza, mentre si dedicava alla caccia nella zona della Mentorella, presso Tivoli, scorse un cervo tutto particolare che aveva fra le corna ramose una croce luminosa o, secondo un'altra leggenda, il volto di
Gesù Cristo, che Io esortò a farsi cristiano. Allora Placido chiese di essere battezzato e assunse il nome di Eustachius (dal greco eu stàchy = bene spiga, che dà buone spighe). Avendo in seguito Eustachio rifiutato di sacrificare agli dei, l'imperatore Adriano (117-138) lo fece esporre, insieme alla moglie Teopista e ai figli Agapito e Teopisto ai leoni, i quali non si mossero per sbranarli. I carnefici, quindi, ebbero l'ordine di rinchiudere Eustachio ed i familiari entro un toro bronzeo arroventato, sicché costoro nel 120 d.C. furono arsi vivi. In proposito il Belli ha scritto questo sonetto:

Sant'Ustacchio
Sto cervio co sta croce e co sta boria ch'edè? bàbbèo! ciazzeccherai dimani.
Viè qua, te lo dich'io: questa è 'na storia der tempo de l'aretichi pagani.
T'hai dunque da ficcà ne la momoria ch'a li paesi lontani lontani sant'Ustacchio era un Re, dio l'abb'in gloria, ch'annava a caccialepri co li cani.
Un giorno, tra li lepri ecco je scappa un cervio maschio, accusi poco tristo, che lui s'affigurò de fallo pappa.
Ma quanno a bruciapelo l'ebbe visto co quella croce in fronte e in d'una chiappa, lo lassò in pace, e vorze crede a Cristo.

La casa di Eustachio fu trasformata in luogo di culto e dette origine più tardi alla chiesa omonima dalla quale prese nome il rione. I nobili romani che si erano convertiti al cristianesimo ebbero grande venerazione per il Santo; i conti di Tuscolo si vollero chiamare conti di S. Eustachio e a lui si ricollegarono con una genealogia irreale, vantandosi, oltre ogni limite ragionevole, di essere discendenti della famiglia Ottavia e di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, fondatore dell'impero romano, in quanto si supponeva che Eustachio discendesse addirittura da costui.
Il rione ebbe come stemma una testa di cervo che tiene al di sopra della fronte una Croce, che dal Settecento venne sostituita con il volto di Gesù.
Anticamente l'area del rione era compresa nella IX regione augustea; poi divenne I'VIII regione delle 13 urbane alle quali solo nel 1585 Sisto v aggiungerà la xiv (Borgo). La parola "rione" deriva da "regione" come si apprende da un documento del Trecento in cui si dice che "in Urbe sunt tredecim regiones quae corrupto et vulgari vocabulo dicuntur rioni". Nel centro del rione stanziò una comunità longobarda e sin dal secolo X fra lo stadio di Domiziano e le terme Alessandrine - nota Pietro Romano - gli abati di Farfa possedevano case, giardini, piccole chiese come S. Maria in Cellis costruita su una delle celle maggiori, S. Benedetto in loco qui dicitur Scorticlaro, S. Salvatore in Thermis e-S. Biagio. I beni farfensi erano, appunto, nella zona detta "in Scorticla- riis", ove risiedevano i conciatori o cuoiai (da scortum= pelle staccata dal corpo dell'animale), zona che andava dalla piazza in Agone fino alla via Pontificalis e includeva la piazza Lombarda (poi Madama), Tor Sanguigna e piazza S. Apollinare.
Fino al Trecento il rione si chiamò S. Eustachii et Vineae Thedemari. Tedemario era un tedesco o un nobile romano o un tiburtino, vissuto forse nel secolo X, la cui vinea dal circo Flaminio si spingeva fino al "satro", cioè all'atrio di Pompeo (satrium donde piazza dei Satiri). Poi una parte del territorio fu compresa nel rione S. Angelo, parte passò al rione Pigna; il resto fu assorbito dal rione S. Eustachio. Tanti erano i monumenti inclusi nell'antica IX regione augustea: i portici di Pompeo, complemento del Teatro, i portici e l'Area Sacra di Largo Argentina, il lungo portico chiamato Hecatostylon (cento colonne), la Curia, le terme di Agrippa e quelle di Nerone restaurate da Alessandro Severo e perciò dette Alessandrine. Nel Quattrocento nel rione si innalzavano molte torri e case modeste "in disordine et deformità" divise fra loro da orti, con ballatoi lignei in vie poco praticabili. Vari papi nel secolo successivo tentarono di allargarle e di pavimentarle. Vi fu, così, l'opportunità e la possibilità di costruire palazzi cardinalizi o di nobili famiglie, e sorsero o si ricostruirono meravigliose chiese. Sorse anche l'Archiginnasio, un centro prestigioso di studi che favorì l'afflusso di eruditi, l'incontro dei quali avveniva nelle piazze come Campo de' Fiori. Accanto alla cultura si affiancarono gli uffici della dogana, le osterie, gli alberghi.
Nell'Ottocento, con l'apertura del corso Vitto-
rio Emanuele II, nuovi palazzi furono eretti, e di altri fu arretrata la facciata, ma ancora maggiori trasformazioni subì il rione con l'apertura del corso del Rinascimento (nel biennio 1936- 1938), che ebbe come conseguenza vari mutamenti edilizi e la soppressione di alcune vie e di caratteristici vicoli. È da notare per ultimo che alcuni vicoli o vie conservarono - come
già detto - il nome in ricordo degli artigiani che vi abitavano e vi lavoravano. Il rione S. Eustachio è ricchissimo di monumenti, ha palazzi patrizi accanto a case plebee, ha sfondi prospettici e scorci inattesi, campanili originali, altane, balconate, cupole slanciate e ardite, da cui si distacca l'emisfero del Pantheon.
Vari sono gli itinerari o le passeggiate che gli autori delle guide di Roma consigliano; ma riteniamo preferibili quelli che cominciano dalla chiesa di S. Eustachio che dà il nome al rione.

 
 
 
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