Introduzione - ROMACITTAETERNA

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Roma Antica > Acquedotti

                                                           Lo sviluppo tecnologico dei Romani



Il modesto sviluppo tecnologico dei popoli antichi è in genere giustificato sia con lo sfruttamento servile,sia con l'assenza della necessità di incrementare la produttività in modo rapido e intenso; si aggiunga inoltre che i principali congegni meccanici erano di legno e quindi non erano adatti a sopportare sforzi eccessivi. Le soluzioni più ardite furono tuttavia raggiunte nell'ingegneria civile: i Romani seppero migliorare i metodi e le tecniche seguite in precedenza da altri popoli come i Greci, gli Etruschi, i Fenici, e le loro opere rivelano che essi mirarono sopratutto a ottenere risultati concreti e utili a tutta la collettività.

                                                  L'ingegneria idraulica- Gli Acquedotti-

La capacità totale dei nove più antichi acquedotti , era di circa 992.200 mq al giorno. Se si calcola a circa un milione di persone la popolazione di Roma in età traianea ne risulterebbe una disponibilità di circa 1000 litri per abitante, che possiamo confrontare con i 475 litri per abitante disponibili in Roma nel 1968. In totale l'acqua era fornita da undici acquedotti:
1. Appia 2. Anio Vetus 3. Marcia 4. Tepula 5. Iulia 6. Virgo(vedi filmato 1 Parte e  2 Parte) 7. Alsietina 8. Claudia 9Anio Novus 10. Traiana 11. Alessandrina.
La costruzione degli acquedotti fu una delle imprese più grandi e più impegnative della civiltà romana, "la più alta manifestazione della grandezza di Roma", come scrisse nel 97 d.C. Frontino in qualità di "curatore degli acquedotti" (curator aquarum), nel suo trattato De aquae ductu urbis Romae, "Gli acquedotti della città di Roma". Per secoli il Tevere, le sorgenti e i pozzi furono in grado di soddisfare il fabbisogno della città finché lo sviluppo urbanistico e la crescita demografica resero necessario ricorrere ad altre fonti: fu allora che, grazie all'abilità dei suoi costruttori, si realizzarono gli acquedotti. Da quel momento in poi, ovvero dal 312 a.C, affluì a Roma una quantità enorme di acqua potabile, come nessuna altra città del mondo antico, ma forse di ogni epoca, ebbe mai e che valse alla città il titolo di regina aquarum, ossia "regina delle acque". Così scrisse Plinio il Vecchio: "Chi vorrà considerare con attenzione la quantità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville,i ninfei(vedi filmato); la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso". Come dargli torto? La realizzazione degli acquedotti aveva inizio con l'importantissimo lavoro di ricerca delle sorgenti e delle vene acquifere da utilizzare, le quali, oltre alla qualità, all'abbondanza e alla regolarità del flusso dell'acqua, dovevano rispondere anche all'essenziale requisito dell'altezza, indispensabile a fornire la giusta pendenza alla conduttura che doveva trasportare l'acqua fino a Roma. L'inizio dell'acquedotto, detto caput aquae, era costituito, nel caso di sorgenti di superficie o di presa diretta da un fiume, da un bacino di raccolta, creato con dighe o sbarramenti artificiali, o, nel caso di sorgenti sotterranee, da un sistema articolato di pozzi e cunicoli che convogliavano la vena acquifera in un unico canale. All'inizio come alla fine dell'acquedotto vi erano le cosiddette camere di decantazione o piscinae limariae, nelle quali l'acqua subiva un processo di purificazione grazie al deposito delle impurità più grossolane. Quindi aveva inizio il canale di conduzione vero e proprio detto specus, costruito in pietra o in muratura e foderate di cocciopesto, un impasto impermeabile di calce e laterizi (tegole o anfore); lo speco, inoltre, doveva avere il requisito essenziale di mantenere una pendenza costante, che assicurasse all'acqua uno scorrimento continuo. Per ovviare ai dislivelli causati da zone depressive o da vallate, l'unica alternativa era il sistema del sifone, o "sifone rovescio": l'acqua aumentava la propria pressione all'interno di una "torre" posta all'estremità della valle da attraversare, dopodiché scendeva in condotta forzata per risalire all'estremità opposta della valle con una pressione tale da consentire la prosecuzione del flusso. Ma l'aumento di pressione era anche il problema principale perché le tubazioni che venivano utilizzate, di piombo o di terracotta, erano poco adatte ad una pressione elevata: ecco spiegato il motivo per cui i costruttori furono costretti a scegliere tragitti lunghi e tortuosi ma che, seguendo strettamente la morfologia del terreno, avevano il merito di fornire al condotto una graduale ma costante pendenza. Il percorso dello speco era preferibilmente sotterraneo e solo eccezionalmente a cielo aperto e ciò avveniva quando attraversava dorsali collinari, corsi d'acqua o vallate, nel qual caso si appoggiava a muri di contenimento o di sostruzione o su arcuazioni, salvo rientrare, appena possibile, nel cunicolo sotterraneo. In entrambi i casi, il condotto era accompagnato, in superficie, da cippi lapidei numerati, posti alla distanza di circa 70 metri uno dall'altro, che facilitavano la localizzazione in caso di necessità e garantivano una "fascia di rispetto" al canale: 1,45 metri se sotterraneo e 4,5 metri circa se in superficie. L'accesso ai condotti per la manutenzione, frequente soprattutto per la sedimentazione del calcare che tendeva ad ostruire lo speco, era garantita da tombini muniti di scalini per la discesa nel caso di canale sotterraneo o di opportuni portelli nel caso di canale sopraelevato, che consentivano inoltre di interrompere o diminuire il flusso dell'acqua che veniva scaricata all'esterno. L'acquedotto finiva con un "castello" terminale o principale, ossia una costruzione massiccia, a torre, contenente camere di decantazione e una vasca dalla quale, per mezzo di prese o bocche, l'acqua veniva ripartita e immessa nelle condutture urbane; inoltre il castello aveva il compito di garantire un flusso continuo nel caso di eventuali cali di pressione o di variazioni della velocità dell'acqua. Castelli secondari, all'interno della città, venivano utilizzati per > la ripartizione dell'acqua. Talvolta il "castello" terminale terminava con una "mostra d'acqua", una fontana monumentale creata per solennizzare lo sbocco in città dell'acquedotto. Purtroppo non sono molte le "mostre" antiche pervenute fino a noi, perché quelle che oggi possiamo ammirare sono le fontane-mostra che accompagnarono i restauri e i ripristini avvenuti nel periodo tardorinascimentale e nei secoli XVII e XVIII. La grande importanza che i Romani diedero agli acquedotti lo dimostra il fatto che alla cura aquarum, ossia all'amministrazione delle acque, vi fu preposto un censore durante la Repubblica e il curator aquarum durante l'Impero, un funzionario direttamente nominato dall'imperatore. Entrambi avevano il compito di gestire un "ufficio" che provvedesse a mantenere in efficienza, nonché puliti, gli impianti ed a sorvegliare la regolarità delle erogazioni e la corretta ripartizione delle acque. Questo "ufficio" aveva una propria sede, molto probabilmente nella Porticus Minucia.
Per sollevare gli enormi blocchi per la costuzione delle arcate degli acquedotti  si usava una grossa gru chiamata

 
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