VI Parione - ROMACITTAETERNA

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Roma Medievale > I Rioni

RIONE VI PARIONE
Origine Araldica
Il nome deriva dalla presenza nel rione di un muro antico di dimensioni enormi, forse appartenente allo stadio di Domiziano. Tale muro fu chiamato dal popolo Parietone, da cui il nome Parione. Il suo stemma è un Grifo, creaturamitologica greca con la testa d'aquila e il corpo di leone.

Un animale favoloso che gli antichi Greci raffiguravano con la testa e le ali di aquila e il corpo di leone, detto grifo, era sacro al dio Apollo e ne custodiva i tesori nel lontano paese degli Iperbòrei, nelle estreme regioni settentrionali della terra. Il rione Parione lo assunse come simbolo di fierezza e di nobiltà (aquila-leone) e lo inserì nel suo stemma in campo d'argento. Il nome Parione (dal latino paries, parete, muro, casa) si riferisce ad un avanzo di muro antico, forse appartenente alla precinzione che separava un ordine di gradini dall'altro nello stadio di Domiziano. Questo muro era di dimensioni enormi e dal popolo fu chiamato "Parietone" in senso non dispregiativo ma accrescitivo, dal quale derivò Parione. Si dice che appoggiata al muro, fosse costruita una torre medievale detta Parione de Campo o Torre di Stefano di Pietro; per altri quel rudere apparteneva al leggendario palazzo di Cromaziano, prefetto della città, un edificio ricco di mosaici, di cristalli, di ori e ornato con i segni del cielo. Oggi è rimasta una via dello stesso nome, via di Parione, che dalla via della Pace va a quella del Governo Vecchio. Nel secolo XII era detta via di S. Tommaso in Parione, dalla chiesa omonima di S. Tommaso consacrata nel 1139, mentre si chiamava via di Parione quella che poi divenne via del Governo Vecchio.
L'area del rione è in parte quella della IX Regio Augustea, denominata Circo Flaminio. Il rione (parola derivata dal latino regione) ha i seguenti confini: largo dei Chiavari, via dei Chiavari, largo del Pallaro, via dei Giubbonari, Campo
de' Fiori, via dei Cappellari, via del Pellegrino, via dei Banchi Vecchi, vicolo Cellini, piazza della Chiesa Nuova, via dei Filippini, piazza dell'Orologio, via del Governo Vecchio, via del Corallo, piazza del Fico, via della Pace, via di Tor Millina, via di S. Maria dell'Anima, largo Febo, via di Tor Sanguigna, piazza di Tor Sanguigna, piazza S. Apollinare, piazza delle Cinque Lune, corso del Rinascimento, piazza S. Andrea della Valle, largo dei Chiavari. La superficie del rione è di mq 193.839, la popolazione è di 4.315 abitanti al 1985. Nella zona erano lo stadio di Domiziano, l'Odeon, il teatro e la curia di Pompeo. Lo stadio, che sorgeva nel luogo della futura piazza Navona, venne costruito da quell'imperatore intorno all'85 d.C. e fu nel in secolo restaurato da Alessandro Severo. Era lungo 275 m. e largo 106 e poteva ospitare 30.000 spettatori. Il perimetro esterno era costituito da due ordini di arcate su pilastri di travertino con semicolonne. Tra il primo e il secondo ambulacro dietro le arcate vi erano pilastri e muri radiali con scale. Dopo il muro del podio seguiva l'arena. Due ingressi principali si aprivano nei lati lunghi ed uno al centro del lato curvo. Nelle cantine dell'edificio a destra della chiesa di S. Agnese si scorgono avanzi di uno di questi ingressi; in piazza di Tor Sanguigna sotto il palazzo dell'INPS si vede un portico con colonne. Lo stadio era riccamente decorato e ornato con statue, delle quali una è quella di Pasquino, che è una copia di un gruppo ellenistico pergameno rappresentante Menelao che sorregge il corpo di Patroclo.
Poiché era uno stadio (e non un circo), mancavano i carceres (i cancelli da cui uscivano i cavalli nelle corse) e la spina (il muro divisorio dell'arena intorno a cui correvano i carri), ma l'arena era libera e non vi poteva essere (come si credette) l'obelisco che attualmente è sulla fontana dei Fiumi a piazza Navona e che proviene, invece, dal circo di Massenzio sulla via Appia. È noto che Domiziano ne volle la costruzione, perché vi si potessero eseguire i giochi

atletici greci del Certamen Capitolinum, le gare istituite da lui in onore di Giove Capitolino. A questo imperatore si deve anche la costruzione dell' Odeon (o, in latino, Odeum), restaurato da Traiano e situato approssimativamente nell'area limitata oggi dalla chiesa di S. Pantaleo e dal corso del Rinascimento. Era un edificio atto ad ospitare le gare poetiche e musicali e del quale rimane come sola traccia la bella colonna di cipollino che ora si trova in piazza dei Massimi. La curvatura della facciata del palazzo Massimo prospiciente corso Vittorio Emanuele rivela la forma della cavea dell' Odeon su cui fu prepotentemente eretto. Si debbono anche aggiungere ai precedenti monumenti romani il tempio di Venere Vincitrice, su cui fu eretto il palazzo Pio Righetti; il sepolcro di Aulo Irzio, caduto nella battaglia di Modena (43 a.C.), ed un mitreo, ambedue situati sotto il palazzo della Cancelleria. Nel Duecento il rione fu denominato "Parione e S. Lorenzo in Damaso" dalla chiesa che poi sarà inglobata nel palazzo della Cancelleria, e fu densamente popolato fino a raggiungere una grande importanza nel Quattrocento con la zona di Campo de' Fiori trasformata in piazza che ben presto fu circondata da case e da ospitali locande e costituì una via indispensabile di transito per i cortei papali, per i sovrani e per gli ambasciatori. Si aprì anche la via Florida, poi detta degli Orefici (per le botteghe di orafi che vi allogarono) e in seguito via del Pellegrino da un omonima trattoria che ospitava i vari romei che ivi sostavano per poi recarsi a S. Pietro. Non solo il papa Sisto IV si dedicò alla restaurazione di Roma, ma anche Alessandro VI Borgia che apportò miglioramenti alle strade. E chiaro che con la sistemazione o addirittura con l'apertura di alcune strade si favorì lo sviluppo edilizio a cavallo del Quattrocento e del Cinquecento, sia per quanto riguardava modeste casette, sia relativamente ai palazzi, quali l'Orsini, a piazza Navona, quello del cardinale Condulmer al teatro di Pompeo e che passerà agli Orsini, quello Nardini, nell'allora via Parione, quello Le Roy ai Baullari, quello de' Cupis in piazza Navona ed altri. Contemporaneamente i costruttori del Cinquecento chiamarono artisti di fama, come Poh- doro da Caravaggio e Maturino da Firenze, incaricandoli di decorare le facciate degli edifici. Tale consuetudine, che ebbe origine nel nord d'Italia, si diffuse in Roma. Cecilia Pericoli Ri- dolfini ci parla a lungo delle tecniche usate per tale specie di decorazione. La più antica era quella del graffito, ma col tempo fu preferita quella del monocromo, per realizzare la quale gli artisti si servivano di terre particolari. Il Vasari scrive che Polidoro era "stato prodotto e creato dalla natura pittore" e che Maturino era "alle anticaglie tenuto bonissimo disegnatore". Furono eseguite infatti, scene classiche o prese dal "Vecchio e Nuovo Testamento" (come al palazzo Massimo). Ad essi possiamo affiancare Francesco dell'Indaco, Vincenzo Tamagni, Daniele da Volterra, Pirro Ligorio e il Cavalier d'Arpino.
L'importanza di Campo de' Fiori fu anche determinata fin dall'ultimo Quattrocento dal fatto che ambasciatori e cardinali abitavano nei
palazzi di Parione e specialmente a palazzo Orsini; il che provocò anche il sorgere di alberghi prestigiosi per i vari ospiti che dovevano entrare in rapporti con tali eminenti personalità, come l'albergo "del Sole", quello "della Campana", ritrovo preferito - come osserva il Burcardo - dei Tedeschi anche perché gestito dall'oste Giovanni Teufel il cui cognome significava "demonio"

ma che ironicamente veniva chiamato "l'Angelo degli Italiani"; e alla fine del secolo assurge a notorietà l'albergo "della Vacca" di proprietà di Vannozza dei Catanei, l'amica di Alessandro VI. Non dobbiamo dimenticare il fiorente mercato dei cavalli a Campo de' Fiori che si teneva il lunedì e il sabato. E poiché dove c'è la ricchezza c'è anche il vizio e la corruzione, ecco un esercito di meretrici professioniste d'alta classe insediarsi negli stessi alberghi o in altri più modesti. S'intende che, per venire incontro alle esigenze di tanti e illustri personaggi, si affrettarono a
giungere e ad impiantare bottega i più quotati artigiani, dai giubbonari (già pelamantelli), ai cappellari, ai baullari, ai Chiavari, ai sediari, ai canestrari. Non mancarono orafi e argentieri desiderati soprattutto dalle meretrici che avevano imparato a valorizzare la loro lucrosa professione. Tuttavia, accanto ai gaudenti v'erano anche individui che si dedicavano, ciascuno a suo modo, alle attività culturali, come librai, editori, scrittori e, perché no?, scrivani. Fiorì il commercio dei libri manoscritti, prima, e più tardi stampati dalla tipografia di Corrado Schweynheim e Arnoldo Pannartz, locatari del piano terreno di palazzo Massimo. Nei pressi lavorò anche il tipografo Antonio Biado. Come conseguenza logica sorsero librerie ben fornite, che crebbero di numero e d'importanza dopo l'invenzione della stampa a caratteri nobili. Si citano anche "librerie o stamperie che si notavano in Parione da tempo antico: all'insegna della Nave, dell'Europa, della Palma, della Regina, di S. Giovanni di Dio, dell'Aurora, della Rota, di Parigi". Nel Cinquecento, questa intensa e varia attività commerciale si spostò in piazza Navona nelle cui case vivevano notai, avvocati, artisti ed ebbe un notevole incremento anche perché già dal 1478 il grande mercato si era spostato dal Campidoglio verso tale zona. In seguito a tali circostanze Campo de' Fiori perse quella tinta culturale che l'aveva caratterizzato e la stessa vicina grande piazza sorta sullo stadio di Domiziano offrì la sua vasta area anche a commerci meno nobili, ma necessari, essendo i venditori agevolati dalla comoda pavimentazione e dall'assegnazione di sedi stabili da parte delle autorità.
Invano il papa Innocenzo x tentò di farle assumere un ruolo più elevato e più dignitoso, anche realizzando feste grandiose e improntate ad un certo fasto e continuando quelle antiche. Col passare degli anni piazza Navona fu sempre più frequentata dal popolo che in essa si riversava volentieri. Quando fu aperto il corso Vittorio, quindici anni dopo la presa di Roma, nuova linfa vitale fluì nella piazza. Anche in altre strade fin dal Quattrocento cominciavano a sorgere bei palazzi come quello del conte Girolamo Riario (poi Altemps), presso Tor Sanguigna, e dei Mellini all'Anima, per restare solo nell'ambito del nostro rione. Certamente, se i palazzi erano ben concepiti, decorosi e grandiosi, le vie erano ristrette, sia perché vi era un limitatissimo movimento, sia per evitare il sole d'estate, ma nello stesso tempo notevoli in proporzione erano gli spazi scoperti nell'interno degli edifici, sì che questi respiravano verso le aree interne più che verso le strade. Si può dire che la vecchia città aveva una sua logica per salvaguardare la sua sanità e il suo modo di vivere.
Tuttavia nel medioevo in Parione v'erano casucce con porticati, con mignani (loggette), con scale interne, con torri. La selciatura era quella antica, ma dove il livello era sopraelevato, "era costituita da schegge di selce e da frammenti vari", quindi le vie erano alquanto disagevoli, anche se i magistri viarum almae Urbis cercavano di provvedere al loro restauro. Sempre in questo periodo in Parione, tra le altre torri, se ne ergeva una dei Millini (o Mellini) che insieme a case medievali, fu demolita per l'ampiamento del palazzo Pamphilj. Quasi contemporaneamente a quest'ultimo fu eretta la chiesa di S. Nicola de Agone (l'attuale S. Nicola dei Lorenesi) costruita su rovine classiche (de criptis Agonis). Davanti a S. Tommaso in Parione vi era un ospizio teutonico. Potremmo aggiungere S. Maria in Vallicella, ricordata nel 1139, il cui nome si riferisce ad un avvallamento per il quale passava un ruscello, presso Vara Ditis in Tarento, il famoso "Pozzo Bianco".

V'era anche là dove attualmente è il convento filippino la chiesa di S. Cecilia de Campo a piazza dell'Orologio, anteriore al Mille. Di secoli precedenti era la già nominata chiesa di S. Lorenzo in Damaso incorporata poi nel palazzo della Cancelleria. Nel vicino Campo de' Fiori v'era la torre del- l'Arpacata degli Orsini posta sui ruderi del teatro di Pompeo; e, attraversata la piazza e il passetto del Biscione, vi era la chiesuola di S. Maria de Crypta pinta (Grottapinta) già esistente nel 1186, attualmente sconsacrata e usata come magazzino.
Ed ecco, dopo il medioevo, l'umanesimo "che sboccia nella cultura e negli studi e diventa rinascimento nell'arte". I papi vogliono dare un nuovo volto nobile a Roma, centro della cristianità risorta sulle rovine del paganesimo. I loro programmi si sviluppano e si realizzano nei secoli XVI, XVII, XVIII, favorendo l'occupazione e l'incremento edilizio della città,  II primo piano regolatore di Roma risale al papa Nicolò V (1447-1455) ed era ispirato al principio di legare il Vaticano alle zone di levante,  ma rimase sulla carta. Solo sotto Paolo II  (1464-1471) si ebbe qualche sviluppo nella zona  di Parione con la costruzione del palazzo del cardinale Rodrigo Borgia che poi fu chiamato  "la Cancelleria Vecchia", e del palazzo De Cupis che sarà ingrandito nel Cinquecento. Toccò poi a Sisto IV (1471-1484), il restaurator Urbis, dare alla città l'avvio, perché diventasse  la Roma del rinascimento. Anche Parione perse l'aspetto medievale, per acquisire una regolarità tipicamente rinascimentale: via dei Balestrari e via dei Giubbonari (detta anche via  Florida) furono, ad esempio notevolmente mi-
eliorate dal punto di vista dell assetto e dell' igiene come attesta una bella lapide in distici elegiaci del 1483. Allo stesso pontefice si deve la costruzione del ponte Sisto, collegamento fra Trastevere e Parione che veniva ad assumere l'importanza di centro della nuova Roma, e della chiesa di S. Maria della Pace, restaurata nel Seicento da Pietro da Cortona. Sotto Innocenzo VIII si rettificano e si rendono più ampie le vie dei Millini e dell'Anima e si inizia quel capolavoro dell'architettura del primo rinascimento che è il palazzo sorto per incarico del cardinale Raffaele Riario, la futura Cancelleria, mentre piazza Navona e Campo de' Fiori incrementano la loro importanza, perché ospitano le più varie attività commerciali; e il palazzo eretto già dal 1473 da Stefano Nardini, arcivescovo di Milano e governatore di Roma, conferisce dignità a quel tratto della via di Parione che poi si chiamerà del Governo Vecchio.
Nel Cinquecento l'attività urbanistica raggiunge il suo massimo sviluppo, definendo la rete viaria che resterà per tre secoli. In particolare si dà un ulteriore e stabile assetto alle vie e alle piazze del nostro rione. È il momento della costruzione di grandi palazzi: sorgono, fra gli altri, il palazzo Massimo alle Colonne, opera del Peruzzi, e il palazzetto Turci. E, mentre si costruisce con tanta alacrità e impegno, si spogliano i marmi e di ogni materiale servibile quei monumenti e quegli edifici antichi che... si ammirano e che si vogliono imitare: Leone x nomina Raffaello sovrintendente alle antichità, favorisce gli studi di topografia antica e di archeologia, ma permette che nel Foro Romano lavorino le calcare demolendo statue ed elementi architettonici di grande

rilevanza. Sisto v, il papa degli obelischi, volse la mente a costruire grandi strade che facilitassero ai pellegrini l'accesso alle basiliche ed alle altre chiese fuori del territorio abitato. Egli con l'aiuto di Domenico Fontana, volle fissare alcuni punti centrali ed unirli con strade dritte, rimandando la sistemazione delle aree comprese tra queste: il Laterano, la Colonna Traiana, S. Croce in Gerusalemme, Trinità dei Monti, porta S. Lorenzo, S. Maria Maggiore "centro dei centri". Agli incroci più importanti pose gli obelischi sormontati dalla Croce trionfante. Per far presto e pagare il materiale, non esitò a spogliare, come i suoi predecessori, i monumenti antichi.
Il brillante pontificato di Paolo v (1605-1621) inaugurò degnamente il Seicento, non con strade nuove ma procedendo soprattutto ad opere edilizie.
È del 1605 la nobile facciata della Chiesa Nuova e del 1640 l'erezione dell'oratorio dei filippini.
Come si è detto precedentemente, nel Seicento piazza Navona assume un nuovo volto con la sistemazione innocenziana e con l'intuito d'arte del Bernini, e trova nella varietà dei motivi un'armonia superiore.
Si allineano varie casette lungo vie già stabilite dal piano regolatore, si aboliscono gli spazi fra casa e casa (e ciò in base a disposizioni risalenti al secolo precedente) e si colmano con altre case. Qualche palazzetto si appoggia a casupole o alle torri superstiti, inglobandole. Il Settecento trasforma, restaura, ricostruisce chiese ed edifici, coprendo tutto ciò che rivela il passato; gli stucchi chiassosi e sfarzosi tutto nascondono. Con la fine del secolo Roma entrerà in una stasi stilistica nella quale il barocco vivrà in simbiosi con gli altri stili architettonici di tipo antico e moderno, così come lo richiederà l'esigenza della vita: c'è il preludio del neo-classico talvolta ibridato, privo di particolari significati.
Il lungo periodo del regno di Pio IX vede la costruzione di palazzi funzionali per laboratori
o l'erezione di sopraelevazioni in relazione all'urbanesimo.
Non vi sono stati eccessivi cambiamenti nel rione, tranne l'apertura del corso Vittorio Emanuele II, che è un esempio di buona trasformazione urbanistica ottocentesca, con il suo andamento flessuoso, col rispetto di edifici monumentali. Se qualche palazzo troppo sporgente si trovava a contrastare l'apertura della via, se ne demoliva la facciata e la si ricostruiva fedelmente, ma arretrata (ad esempio, palazzo Vidoni, quello del duca di Sora eccetera). Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali è notevole l'interessamento per conservare e valorizzare le opere architettoniche del passato, sia quelle di carattere monumentale, sia quelle minori e gli stessi complessi ambientali caratteristici del tessuto urbano. Il corso del Rinascimento, aperto nel 1938 e appartenente nel versante destro (partendo da piazza delle Cinque Lune) al rione Parione e in quello sinistro al rione S. Eustachio, fu ideato come collegamento fra il ponte Umberto I e il
corso Vittorio Emanuele II. In tale operazione la chiesa di S. Giacomo degli Spagnoli, la casetta del primo Cinquecento in via delle Cinque Lune e l'altra sulla piazzetta dei Massimi subirono restauri o ricostruzioni fedeli al loro aspetto originario, come la ricostruzione integrale nel lato curvo di piazza Navona delle facciate delle casette abbattute per motivi attinenti alla statica

 
 
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